Alla scoperta di Giottolandia

 

isl38A differenza delle cosiddette pietre preziose – da sempre avidamente ricercate e ancor oggi all’origine di guerre, massacri e ogni genere di nefandezze – i sassi sono per antonomasia l’emblema di ciò che è privo di qualsiasi valore. A un sasso si dà un calcio distrattamente o, quando da ragazzi se ne raccoglie uno, è per giocare a gettarlo il più lontano possibile, o contro un bersaglio… o contro qualcuno (che non è più un gioco, ma non sono in fondo i sassi l’arma più primitiva, povera e diffusa del mondo?). Tuttalpiù, sulle spiagge, si cercano i ciottoli più piatti per farli saltare sull’acqua: è un bel gioco, vince chi fa più salti, ma anche il ciottolo vincitore va prima o poi a fondo ed è perduto per sempre. Insomma, non sembrerebbe esserci nulla di più povero e disprezzato di un sasso, anche se, perlomeno nell’epoca moderna del turismo balneare di massa, i ciottoli più o meno levigati e arrotondati che si trovano su alcune spiagge hanno avuto e hanno i loro amatori.

Tuttavia, da quel che si vede cercando con Google, questo diffuso interesse per i ciottoli sembra concentrarsi esclusivamente o prevalentemente sulla loro forma (il perfetto ovale o tondo e simili), ovvero questi sono visti come “sculture” naturali, mentre non ho trovato tracce di ricerche tese a esplorare le qualità figurative, “pittoriche”, che si possono trovare nei ciottoli di alcune spiagge e fiumi del pianeta.
Quanto a me, il mio incontro con i ciottoli “dipinti” è avvenuto sulle coste e lungo i fiumi della Toscana, che possono vantare – la mia sola raccolta personale è più che sufficiente a dimostrarlo – una pressoché inesauribile varietà di “caleidoliti”, come potrebbero essere chiamati, civettando col linguaggio scientifico, questi ciottoli che recano su di sé una “bella immagine”.

Io, però, col linguaggio scientifico ho poco a che fare, come per nulla scientifico è lo sguardo con cui osservo, raccolgo, levigo e fotografo i miei ciottoli. E così m’è venuto in mente di chiamarli “giottoli”, in onore del grande pittore toscano: Giotto infatti è non solo l’artista in cui – sin dal leggendario aneddoto dell’incontro con Cimabue – sembra sia la natura stessa a dipingere, ma è altresì il cantore del mondo francescano e dei suoi valori di povertà e umiltà. Infine, è appunto toscano come i ciottoli da me raccolti.

Dal punto di vista estetico, i giottoli appartengono a quello stesso genere di bellezza assoluta che è offerto per esempio da certi tramonti e paesaggi naturali. Una bellezza senz’arte, anche nel senso che la forza di queste “belle immagini” e lo stupore che producono derivano in certa misura proprio dal fatto che non sentiamo in esse alcun tipo di “artificio” o studio.
Ma bellezza assoluta, bellezza senz’arte, vuol anche dire che per godere di una tale bellezza non è necessaria nessuna mediazione o precondizione culturale – “non c’è nulla da sapere prima, nulla da dover dire dopo” – ovvero si tratta di una bellezza pienamente accessibile all’analfabeta quanto al supercolto, l’unica condizione essendo uno spirito aperto allo stupore estetico.

Questo nuovo continente estetico rappresentato da Giottolandia, aperto a ogni ricco di spirito anche se povero di tasca, è in realtà diventato pienamente esplorabile solo in seguito alla disponibilità del moderno mezzo tecnico della macrofotografia, dato che i giottoli, come i loro confratelli più comuni, sono mediamente piccoli, anzi alcuni dei più belli possono essere piccolissimi (meno di 2 cm di diametro) e in moltissimi casi, guardandoli al naturale, la bellezza delle immagini in essi contenute può essere solo intravista o addirittura quasi inavvertibile. D’altra parte, come osservò Nabokov – che pure faceva uso della macrofotografia nei suoi studi sui lepidotteri – per ogni oggetto c’è una peculiare dimensione nella quale la sua bellezza può essere pienamente percepita, e per i giottoli come per le farfalle questa dimensione è quella di un maggiore o minore ingrandimento del soggetto originale.

Roberto Mari, Giugno 2008